la cucina è gremita di oggetti

cucina

Nonno Gigi e nonna Aurelia nella cucina della casa di Torre di Ruggiero, con due donne torresi sullo sfondo

La cucina è gremita di oggetti
e veramente può sembrare un bosco.
Ogni pianta è al suo posto
sorge là dove è messa
con pazienza infinita riposa.
Pensate alle cose
alla flora
metallica delle posate.

(Valerio Magrelli, “Nature e Venature”, Mondadori)

Saluterai te stesso

Tempo verrà
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognun sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek Walcott, da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi, traduzione di Barbara Bianchi)

la curva delle cose

 

continuo

Sylvie Guillem in Continuo, by Antony Tudor

 

“Queste cose finiscono col prendere una certa curva” –
Cosa fai, dunque, alla fine della curva?
scendi, m’immagino, o meglio: ti fanno scendere,
poggi il piede a terra, in un punto lontano,
un paesaggio vuoto e sbiadito  – spaesata
ti guardi attorno e non trovi
orizzonte, né linee per orientarti, solo
vaste sospensioni di tempo e spazio
senza direzione da seguire,
se non indietro,
dove non puoi, non vuoi andare
anche se ogni singola fibra del tuo corpo
tende
a quel magnete.

(Brenda Porster,  The Curve of Things, traduzione mia)

“These things do tend to take a certain curve”
– so what do you do at the end of the curve?
get off, I suppose, or, better, are let off,
stepping down to a point off the line,
a bleached and empty landscape, displaced
you look around you and can find
no horizon, no axis to refer to, only
vast suspensions of space and time
with no direction to follow,
except backwards,
where you cannot, will not go
though your body’s every fiber
be aligned
to that pull.

the obligation to be happy

happy1
It is more onerous
than the rites of beauty
or housework, harder than love.
But you expect it of me casually,
the way you expect the sun
to come up, not in spite of rain
or clouds but because of them.And so I smile, as if my own fidelity
to sadness were a hidden vice—
that downward tug on my mouth,
my old suspicion that health
and love are brief irrelevancies,
no more than laughter in the warm dark
strangled at dawn.

Happiness. I try to hoist it
on my narrow shoulders again—
a knapsack heavy with gold coins.
I stumble around the house,
bump into things.
Only Midas himself
would understand.

(Linda Pastan, “The Obligation to be Happy” from Carnival Evening: New and Selected Poems 1968-1998, W. W. Norton & Company,  1998)