A visual need

Stay out of your comfort zone

Dovima1

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of flaps and patches

We are all framed of flaps and patches and of so shapeless and divers a contexture, that every piece and every moment playeth his part. And there is as much difference between us and ourselves, as there is between ourselves and others.

(Montaigne, Essays, translation by John Florio, 1634 edn, p. 187)

sonia

Photo by Sonia Szostak

 

nordic (funny) spleen

Tre prologhi e 39 quadri.

Ciclo ipnotico di episodi che oscillano dallo humour più nero alla riflessione isterico-esistenziale, conditi da una spiazzante dose di comicità surreale (con tanto di sosta di Re Carlo XII di Svezia in un bar che potrebbe tranquillamente essere un quadro di Hopper). Colori tenui, sorvegliatissima freddezza nordica, ripetitiva compostezza che non può non esasperare. E una magnifica sberla finale al (cosiddetto) homo sapiens …

Se cercate un senso o un qualche ordine (esistenziale/estetico/narrativo) questo film vi risulterà inevitabilmente indigesto.

Se  riuscite ad abbandonare il (comprensibile e umanissimo) desiderio di logica, uscirete dalla sala felicemente disturbati e perturbati (e con il ritornello di Glory, Glory, Hallelujah che vi frulla in testa e non vi molla più…)

Evviva il cinema, soprattutto quando ci coglie impreparati.

 

my oscar goes to …

Un film ‘sospeso’, con forse qualche ingenuità e qualche défaillance di struttura (soprattutto nella parte centrale che può sembrare, a tratti, un po’ ‘sgangherata’) ma comunque intelligente e sapiente nel coniugare aspetti tragici e momenti buffi, umani e liricissimi, senza mai scivolare in un lirismo scontato.
La regia lavora su ritmi inconsueti e su un andamento narrativo (corale, spiazzante) ai quali, dopo un po’, ci si deve semplicemente abbandonare.
Fotografia limpida, luminosa e pulitissima.
Colpisce il ritratto di un calderone di dialetti e lingue dove tutti, compresi gli stessi jihadisti, comunicano con grande difficoltà (in tutti i sensi).

Da vedere.

Timbuktu (Francia/Mauritania 2014, 97′ drammatico) di Abderrahmane Sissako; con Ibrahim Ahmed (aka Pino), Abel Jafri, Hichem Yacoubi, Toulou Kiki, Kettly Noël.

l’invenzione di un successo

invenzione_della_madre-peano_copertinaUn romanzo mediocre (non brutto, solo mediocre – il che forse è peggio) spacciato per “un’opera all’altezza dei libri di grandi autori sulla perdita della madre”  (l’imbarazzante tweet promozionale dell’editore).

L’autore si misura con una storia potentissima: la morte di un genitore  + annessi & connessi (malattia, perdita, memoria, scoperta di sé). Lo fa con parole patinate, prevedibili  incursioni fastidiosamente estetizzate nelle complesse dinamiche del rapporto madre-figlio, inscenando la devastazione con frasi calcolate che sanno gratificare un certo tipo di lettore (privo di gusto, ma che vuole sentirsi un po’ esteta).

Cattiva letteratura che  – ahimè- piace.